Criptovalute in successione: accesso tecnico, titolarità giuridica e rischi fiscali.

Negli ultimi anni le criptovalute sono entrate stabilmente nei patrimoni di molte persone. Bitcoin, Ethereum e altri asset digitali non sono più strumenti di nicchia, ma vere e proprie forme di investimento e riserve di valore. Tuttavia, quando il titolare viene a mancare, questi beni presentano criticità peculiari che li rendono particolarmente esposti al rischio di perdita definitiva o di irregolarità giuridiche e fiscali se non vengono correttamente pianificati.

Il tema della successione delle criptovalute impone di distinguere con chiarezza tra due piani che non coincidono: da un lato il piano tecnico dell’accesso ai wallet, dall’altro il piano giuridico e fiscale della titolarità dei beni. È proprio questa separazione che genera incertezze operative e, spesso, comportamenti apparentemente leciti ma giuridicamente rischiosi.

Chiavi di accesso e controllo tecnico del wallet

Una criptovaluta è un bene digitale basato sulla tecnologia blockchain, un registro decentralizzato che consente di registrare e verificare transazioni senza l’intervento di un intermediario centrale. A differenza del denaro depositato su un conto bancario, non esiste un soggetto che custodisce il bene per conto del titolare: la criptovaluta esiste unicamente sulla rete ed è controllabile solo attraverso strumenti crittografici.

Il controllo delle criptovalute è legato esclusivamente al possesso delle chiavi crittografiche, in particolare della chiave privata o della seed phrase. Chi possiede tali elementi può disporre liberamente delle criptovalute associate a un determinato wallet; chi ne è privo non ha alcuna possibilità tecnica di accesso, anche qualora ne fosse il titolare giuridico!

Successione e apparente conflitto tra tecnica e diritto

L’assenza di un’intestazione formale induce spesso a ritenere che le criptovalute non siano veri beni giuridici. In realtà, esse possiedono un valore economico oggettivo, possono essere acquistate, vendute, scambiate con valuta avente corso legale e utilizzate come investimento. Per questo motivo costituiscono beni patrimoniali a tutti gli effetti e, come tali, entrano a far parte del patrimonio del titolare e del suo asse ereditario, indipendentemente dal fatto che non esista un registro nominativo dei possessori.             
Pertanto, in caso di successione possono verificarsi due possibili problematiche.
1) L’erede non conosce l’esistenza delle criptovalute (e quindi ovviamente neanche della chiave crittografica):  la blockchain non dialoga con l’amministrazione finanziaria, non conosce la successione, pertanto il loro valore viene perso senza possibilità di recupero.    
2) L’erede conosce l’esistenza delle criptovalute, ma non conosce la chiave crittografica:
l'erede diventa titolare del bene per effetto della successione mortis causa, quindi è tenuto a dichiararle in successione nonostante non possa accedervi.

Per contro può succedere che l’erede, pur avendo le chiavi crittografiche, sia tentato di non inserire la criptovaluta in successione, in tal caso va segnato che sebbene non esista alcun meccanismo tecnico che impedisca all’erede di operare immediatamente sul wallet se è in possesso delle chiavi, questa libertà operativa non equivale a una piena regolarità giuridica e fiscale.

Esiste una varietà di situazioni

Nel valutare le implicazioni fiscali successorie delle criptovalute è necessario partire da una premessa fondamentale: il fisco non segue le criptovalute in quanto tali, ma le persone che le utilizzano e i rapporti con il sistema finanziario. Per questo motivo assume un ruolo centrale la distinzione tra custodia custodial e non custodial. Nei sistemi custodial, tipicamente rappresentati dagli exchange centralizzati, le chiavi private non sono detenute dall’utente ma dall’intermediario, che conosce l’identità del cliente e può comunicare dati alle autorità, rendendo le posizioni più facilmente tracciabili e controllabili anche in ambito successorio. Nei sistemi non custodial, invece, l’utente mantiene il pieno controllo delle chiavi e opera direttamente sulla blockchain, senza intermediari che possano effettuare comunicazioni automatiche. I DEX rientrano in questo secondo modello: non custodiscono fondi né identificano gli utenti, e l’operatività resta invisibile finché non entra in contatto con il sistema finanziario tradizionale. Una situazione intermedia è rappresentata dagli exchange che consentono l’utilizzo di wallet esterni: pur non custodendo direttamente le criptovalute, questi soggetti conoscono l’identità dell’utente e i flussi in entrata e in uscita, rendendo fiscalmente rilevante non il wallet, ma il modo in cui le criptovalute vengono utilizzate nel tempo.

Comportamenti del de cuius

Un’altro aspetto che può incidere nel frangente successorio è il comportamento fiscale de cuius: se quest’ultimo le aveva correttamente dichiarate nel qaudro RW ovviamente per il fisco è più semplice ricostruire l’eventuale mancato inserimento nell’asse ereditario, diversamente tale mancanza può emergere indirettamente in futuro a seguito di comportamenti auli la conversione in euro o per accertamenti da parte dell’emministrazione.

Conclusione

In definitiva la blockchain consente l’utilizzo immediato delle criptovalute a chi possiede le chiavi, mentre il diritto e il fisco operano potenzialmente in un momento successivo, ricostruendo il patrimonio e valutando il rispetto degli obblighi, con rischi più o meno alti in funzione delle diverse possibili situazioni.            
In ragione di tutti questi fattori è fonfdamentale pianificare nel miglior modo possibile l’aspetto successorio da parte dei proprietari di criptovalute, sia al fine di evitare problematiche tecniche di accesso e di dispersione del patrimonio, sia per evitare contestazioni fiscali e successorie.